sabato 19 novembre 2011

CASTELLO DI ORIA: IPOTESI DI UNA PROPOSTA ILLUMINATA. (a cura dell'arch. Alessio CARBONE)

.....
Più volte mi sono chiesto qual'è il ruolo di un architetto.
Più volte sento dire che siamo abbastanza inutili, che siamo dei professionisti per persone ricche, che il nostro ruolo è solo un fatto di gusto e null’altro. Chiaramente non tutti la pensano così e non è detto che a volte non sia anche giusto pensare male degli architetti.
Quasi tutto quello che ci induce a partire per un viaggio è legato all’architettura. Molti programmano magari di visitare una bella città e di vedere un bel museo. Partiamo e arriviamo in aeroporti, stazioni, visitiamo delle chiese, palazzi. Tutte cose costruite da architetti, che vivono o hanno vissuto e che lasciano traccia del loro tempo. Spesso durante il viaggio ci accompagna lo stupore, la meraviglia.
Parto da queste brevi considerazioni, perché voglio parlare di quello che è sicuramente l’opera architettonica più importante della provincia di Brindisi: il castello di Oria.
Forse qualcuno avrà letto quello che ho postato in questi giorni su questo blog, piccoli saggi estratti da riviste storiche o libri di viaggi. Viaggi appunto.
Il viaggio è sempre correlato al raggiungimento di una meta.
Il castello di Oria è stato per secoli e per decine di studiosi meta di pellegrinaggio, di studio, utile per la comprensione della storia del territorio brindisino, crocevia di popoli provenienti dal mediterraneo.
Il castello di Oria non era una residenza per nobili, ma un forte presidio militare baricentrico tra Taranto e Brindisi, tra lo Ionio e l’Adriatico, una superba struttura militare, uno scrigno pieno di armi per la difesa dei territori circostanti.
Ai primi del novecento, la sua presenza era ridotta a poco più che un rudere. Poi tutti sappiamo che i Martini Carissimo, lo ebbero in permuta e lo trasformarono in residenza. Vi costruirono un “piano nobile” e insieme al piano si costruirono anche un titolo nobiliare, Conti di Castel d’Oria.
Oggi una nuova famiglia lo acquista, lo ristruttura (badate bene non ho usato il termine restaura), e ne cambia o almeno pensa di cambiarne lo scopo per cui esso esiste.
Dunque nasce come presidio militare, con le monache benedettine diventa un orto con stalle, poi residenza di un conte fatto conte appositamente e infine ristorante per eventi di un certo livello.
Dunque la meta ora è un ristorante.
Ma poteva andare solo così e solo in quel modo? Si poteva fare qualcosa di diverso? Si poteva trasformare con una sensibilità differente, nelle scelte progettuali, stilistiche, materiche, filologiche?
Vi accenno ad alcuni esempi, che ci insegnano come un luogo può continuare a vivere senza subire umiliazioni, restando vivo, non mutando la propria essenza e come anche il nuovo, ciò che l’architetto viene chiamato a progettare possa aggiungere valore o addirittura raggiungere immediatamente la stessa dignità di ciò che già esisteva.
La mano di un bravo architetto spesso ha rigenerato un luogo storico attraverso il dialogo tra il nuovo e l’antico, senza fingere, senza falsi, senza arbitrarie ricostruzioni in stile, ma semplicemente continuando il millenario discorso sul costruire che accompagna l’uomo fin dal tempo in cui ha costruito la sua prima capanna.

Un esempio eccezionale e unico nel mondo è Castelvecchio a Verona.
Quando Carlo Scarpa iniziò i lavori di restauro di quello che sarebbe diventato il Museo Civico di Verona, su Castelvecchio pesavano più di seicento anni di storia drammatica e cruenta. Da sempre edificio militare, era stato cannoneggiato, modificato, alterato a seconda delle esigenze del dominatore di turno. In particolare il periodo napoleonico a cavallo tra sette e ottocento, ne aveva pesantemente modificato l'aspetto, soprattutto nel grande cortile, alterato secondo lo stile neoclassico allora imperante. Negli anni '30 del novecento, l'allora direttore dei Civici Musei di Verona, Antonio Avena, nell'intento di ridare alla città il suo antico aspetto medioevale, aveva eseguito restauri che, alla luce della moderna filologia conservativa, appaiono quantomeno discutibili.
La facciata principale era stata rifatta utilizzando cornici ed elementi architettonici di case gotico-veneziane, andate distrutte nelle alluvioni della seconda metà dell'800. "Castelvecchio era tutto falso" disse Carlo Scarpa in una conferenza in cui parlava del suo restauro. C'era poco da riportare alle antiche forme, e provarci avrebbe significato dover inventare, cadendo nuovamente nella trappola in cui era caduto l'Avena. Carlo Scarpa decise allora di dichiarare apertamente la falsità di Castelvecchio, facendone una scenografia teatrale.
Le opere, provenienti da edifici religiosi distrutti, quindi fuori dal proprio contesto storico e architettonico, sono così collocate in una dimensione assoluta, fuori dallo spazio e dal tempo. Come dei fantasmi che nel "limbo" del museo, scivolano sul terreno senza camminare. Unica reminiscenza della loro antica collocazione, la luce che filtra lateralmente dalle finestre come in un'antica chiesa gotica e che nelle intenzioni di restauro di Carlo Scarpa avrebbe dovuto rimanere naturale, variando al variare del giorno.
Nella facciata si apre protendendosi verso l'esterno, la nicchia che ospita un piccolo tesoro longobardo trovato sotterrato alcuni decenni or sono nella provincia di Verona. La luce che filtra dall'alto, vuol quasi riprodurre la mistica atmosfera di una cella o dell'anfratto in cui questi preziosi rimasero per secoli nascosti e protetti dagli sconvolgimenti dei secoli successivi al crollo della Pinacoteca.
Alla pinacoteca si accede attraverso il mastio, passando per un piccolo cortile interno. Nella grande sala che ospita le croci stazionali dell'arte gotica, le statue che decoravano la cancellata delle Arche Scaligere, assieme ai primi, timidi tentativi da parte dei pittori veronesi di seguire il nuovo stile pittorico del Rinascimento, troviamo alcune interessanti soluzioni di Scarpa per la decontestualizzazione e l'assolutizzazione dell'opera. Il pavimento è in pietra grigio pallido, con una particolare finitura opaca che ha la caratteristica di ridurre a semplici aloni diafani le ombre, così come la parete in cemento ruvido, riduce al minimo i riflessi. Le opere, avvolte da una luce discreta e soffusa, sembrano galleggiare in uno luogo fuori dalla realtà in cui lo spettatore stesso rimane come sospeso.

Penso che la lettura di questa breve descrizione vi abbia un po’ fatto capire il senso delle mie parole. L’intervento di Carlo Scarpa è un fatto epocale. Castelvecchio rinasce con una potenza espressiva assoluta che porterà milioni di persone a visitarlo non solo per le opere che esso custodisce, ma anche per ciò che l’architetto ha saputo dare in termini di rifunzionalizzazione, progettazione e restauro.

Prendendo spunto da un altro progetto, trovato sfogliando Casabella di ottobre 2011, capisco sempre più le potenzialità che si potevano sviluppare lavorando sul Castello oritano.
Max Dudler è uno dei più importanti e bravi architetti svizzeri.
Uno dei suoi ultimi lavori è stato il restauro e progetto di rifunzionalizzazione del castello di Hambach nel cuore della Germania, simbolo della sua democrazia.

Nel 2005 iniziarono i primi lavori che riguardavano la restituzione del carattere e della struttura originaria del manufatto attraverso una pulizia tipologica delle superfettazioni. Elementi decorativi storicizzanti erano stati aggiunti senza coerenza alcuna. Liberate le sale rappresentative da tramezzi e controsoffitti, la forza maestosa del castello è tornata al suo vigore originario.
Il “salone delle feste” a doppia altezza è stato ripulito fino a mostrare la viva pietra sui quattro lati. Uno scuro cielo stellato da piccole lampade e un pavimento a spesse doghe di legno chiudono la grande scatola. La forza della materia grezza e l’assenza di alcun elemento decorativo o tecnologico a vista riportano alle immagini dei castelli del medioevo, dove l’austerità dello spazio primario era rotto solo dallo spettacolo delle varie umanità che affollavano la corte del Signore.
Questo è solo una parte dell’articolo di Casabella sulla descrizione dei lavori interni di restauro e fin qui appare assai evidente che nel castello di Oria l’intento è stato l’opposto.
Ma continuando a leggere vi riporto ciò che è stato fatto riguardo alla parte nuova che è stata costruita.
Il programma prevedeva un ristorante, un centro accoglienza e un albergo, tutte attività strettamente legate alla valorizzazione delle risorse locali e soprattutto al vino della regione in cui esso è situato.
Non a caso il progetto nasce con il motto “ Vino e Libertà”.
(…) L’analisi delle tipologie esistenti in relazione alla loro trasformazione nel tempo, ha guidato la scelta di progettare secondo un principio di “costruzione ad continuum” basato sulla lettura comparata degli elementi architettonici e del loro adeguamento al carattere morfologico del luogo. Dunque il nuovo edificio nasce guardando al castello nel suo più generale complesso difensivo, relazionandosi con l’andamento del terreno circostante. Il nuovo edificio segue questo andamento intorno al castello e la sua natura costruttiva è caratterizzata dalla presenza di spessi muri rivestiti nella stessa pietra del castello. Il nuovo ristorante appare dunque come un nuovo barbacane a protezione del vecchio castello divenuto un palazzo.
Mi sembra che fin qui la storia sta facendo il suo corso, poiché questo intervento è già storia dell’architettura e di per se un’attrattiva da 200.000 visitatori all’anno.
Di interventi se ne potrebbero citare tanti, come ad esempio il lavoro di Tadao Ando a Punta della Dogana a Venezia, che vi invito a visitare, e si potrebbe parlare per ore dei benefici che questi interventi hanno apportato sui manufatti e sul territorio su cui sono stati intelligentemente eseguiti. Essi sono il frutto di scelte meditate e di programmazione fatta da gente che ha una sensibilità ed una cultura invidiabile, all’interno di territori in cui la parola cultura si scrive con la “C” maiuscola.

Alessio Carbone ..... per Oria

Ultimi articoli

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...